Biografici e autobiografici, Letterari

Rosso pomodoro, rosso sangue.

Al centro della grande corte a U, lo spazio davanti al macello comunale (la cosa avveniva quando questo era chiuso: certo doveva esserlo in quei momenti), le donne sedevano per il rito collettivo della passata dei pomodori, per farne il sugo e poi la conserva. Ricordo che strizzavano fino all’ultimo frammento del pomodoro, forse anche delle bucce, per non buttare via niente. Mi rivedo accanto a loro, sedute tutte a cerchio, ed io pure passavo i pomodori e li strizzavo fino all’ultimo succo. Era tempo di guerra ma lì, al paese, io non ho mai sofferto la fame. La mamma andava in bicicletta alla cascina in fondo al paese dove amici ci regalavano cose da mangiare: verdure, frutta e uova. La mamma andava in bicicletta, a volte io ero sul sellino. Andava anche di sera, non so perché, dal momento che a sera e a notte passava Pippo e mitragliava. Una volta, anzi, forse più di una volta fu costretta con me a scendere ai lati del grande fosso ai bordi della strada, calcando i nostri corpi sul terreno per non essere viste dall’alto. Ero fortunata, avevo anche il latte; come era buono quel latte che l’uomo in bicicletta portava quasi ogni giorno; era appena munto e per questo prima di consumarlo si faceva bollire a lungo. Il suo sapore non ha paragone con il latte di adesso. Il suo aspetto, le sue particolari densità e dolcezza mi sembra di gustarli ancora. L’uomo portava il latte dentro un grande bidone di acciaio e immagino che la zia, nella casa della quale assieme a zio Davide abitavo, fosse pronta con la caraffa di vetro a riempirla per salutare con un grazie l’uomo del latte.
La mamma andava alla cascina in fondo al paese, nella località ai Sette Ponti per accogliere frutta, verdura e uova dagli amici Zeno, Ovidio, Concettina, e faceva anche viaggi più lunghi che adesso a pensarci ci si dice: quali cose si facevano in tempo di guerra, per necessità! Iole andava in bicicletta da quel paese d’Emilia a Milano per trovare i parenti del papà, che se n’era andato in cielo. Forse portava anche a loro un po’ di ben di Dio di cibo ma non ne sono certa. A ben pensarci non so, non ho mai chiesto a mia madre perché facesse quei lunghi viaggi faticosi e pericolosi. Gli amici dei Sette Ponti ci hanno aiutato sempre e la carne non ci mancava, come si intuisce da quanto ho raccontato del macello. Lo zio diceva che dovevo mangiare tanta carne di cavallo che faceva sangue. Non pensavo allora, pur vedendo macellare le bestie, che la cosa fosse sbagliata. Zio Davide, mutilato di una mano per la guerra del 1915, e che per questo aveva il privilegiato posto di custode del macello comunale, era tanto buono, giusto e dolce e forse anche lui avrà provato dispiacere a veder uccidere gli animali. Io pure ne avrò provato, ma non mettevo in dubbio la giustezza della sorte di mucche e cavalli. Eppure credo che avrei dovuto sentirlo il dispiacere, e che avrebbe dovuto farmi mettere in discussione quella pratica di morte. L’unica cosa che credo di aver fatto, da un certo momento in poi, è stato andare a nascondermi quando iniziava la macellazione. Non resistevo a vedere l’orrore dei corpi smembrati. Le bestie sentivano la loro morte vicina e il giorno che andai a salutarle, la mucca e il cavallo, ricordo la loro agitazione. Mi sentivo impotente, forse le ho salutate dicendo qualcosa.
Quando adesso passo i pomodori al passaverdura per fare il sugo, se mi vien voglia di smettere di girare la manovella mi vengono in mente le donne che insistevano a strizzare anche l’ultima buccia di pomodoro. Era tempo di guerra e non si buttava via niente. Quando preparo la carne mi domando ancora perché il cuore di una bambina non era abbastanza coraggioso da domandarsi e domandare –apparentemente – perché fosse necessario macellare mucche e cavalli. Ma era tempo di guerra ed io
vivevo in grazia dell’amore degli zii; e forse non avrei potuto provare altri sentimenti che potessero mettermi in contrasto con la loro vita e le loro scelte. Forse.

Davide Caleffi e sua moglie, Maria Cavazzana.
Davide Caleffi fu il marito di Maria Cavazzana, (sorella di Gustavo, di Sidonia, di Angelo Luigi). Davide lavorò in Svizzera dove intorno agli anni ’30 conobbe Maria, che pure lì si trovava, in compagnia della sorella Sidonia. Entrambe lavoravano in una fileria di seta.  Davide invece era occupato come operaio, penso alla costruzione del traforo, forse del Sempione, forse del Frejus. Si sposarono e poi vissero sempre a Gualtieri, dove Maria fu casalinga, e dove la ricordo – e viene ricordata – donna assai attiva e geniale e intraprendente, di piglio deciso come diceva mia madre Iole. Davide, nella condizione di mutilato di guerra, fu occupato dapprima alla Pesa Pubblica, all’interno del Palazzo Bentivoglio; in seguito come custode, dipendente comunale del Pubblico Macello. Davide era un uomo sensibile e buono, del quale io ho personalmente un affettuosissimo ricordo, anche come figura maschile positiva della mia infanzia: egli mi costruiva giocattoli di legno pur privo di una mano; e mi portava sulle spalle, e tanto altro potrei dire di lui. Una figura nobile e dolcissima. Ho abitato a Gualtieri da poco dopo la mia nascita assieme a mia madre, fino al compimento dei sette anni, quando venni a Milano. Davide era un uomo non certamente scolarizzato, se non oltre le prime classi elementari (come del resto era abbastanza consueto ai tempi) ma citava spesso alcuni classici, di cui si nutriva: Victor Hugo con “I Miserabili” – Dante e la sua “Commedia” Amava il melodramma lirico e aveva una potente voce molto bella, talora cantava. Aveva amici affezionati e istruiti, come ad esempio il dottor Tarana, il dottor Gorini (egli morì nel 1950 all’età di 64 anni per tumore). Davide si nutriva anche di sogni e di solitudine. Si alzava la notte prima dell’alba.

Tabarro.
Negli anni Quaranta il prozio Davide a Gualtieri indossava d’inverno il tabarro, indumento che gli conferiva un aspetto solenne e autorevole, anche se lui autorevole, quanto buono, lo era di per sé. Con ampio gesto indossava quel mantello che era di lana grezza, scura e forse nera, a ruota, lungo fino oltre il polpaccio. E un lembo lo gettava sulla spalla.

Medico Condotto.
Una volta da bambina mi arrampicai su un alto sgabello per guardare curiosa oltre il vetro del grande finestrone che dava sul magazzino dal cui soffitto pendevano i budelli: c’era il macello comunale a pochi metri, mio zio Davide ne era custode. Nello sporgermi persi l’equilibrio. Caddi malamente all’indietro battendo la testa contro il muro che non era liscio, ma aveva punte di cemento. Quanto sangue! Mi ricordo gran trambusto e allarme, e poi Pierina che mi caricò in bicicletta dopo avermi avvolto la testa con un grande panno bianco. Mi portò dal dottor Tarana, che era il medico condotto: mi curò seduta stante, senza bisogno di andare all’ospedale. Non ho ricordo di orrore, di intervento traumatico; anche se a stento ricordo il volto di quel medico, la sua figura è ancora una presenza amorevole nella mia memoria.

Germana Pisa

Davide Caleffi al traforo forse del Sempione o del Frejus primi del secolo XX.

* foto di Davide nel suo ufficio di Custode del Macello Comunale a Gualtieri (da aggiungere)

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