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Notte a Firenze, alluvione del 1966

intervista a Tito Samorè – a cura di Francesco Samorè e di Germana Pisa

GP: Tito Samore, ogni anno in autunno, quando ci sono eventi atmosferici eccezionali, il pensiero va alla terribile alluvione che devastò Firenze il 4 novembre 1966, e ci ricordiamo degli “angeli del fango”. Tu fosti uno di quelli: mi racconti?

TS: Dove ci sono gli angeli, normalmente ci sono anche i diavoli; sono quelli che, adottando tecniche conosciute da pochi e persino senza immaginarsi ciò che dovrebbero fare, lo fanno. In altre parole, gente che, anche se non lo farebbe di propria volontà, viene “brutalmente” obbligata.

Ciò che sto per raccontare sarebbe stato proibito dai dottori, dal momento che il sottoscritto era stato costretto sessanta giorni sotto vetro, in ospedale, per curare una sospetta epatite grave; risultò poi non essere epatite, ma alle dimissioni sarei dovuto stare a riposo altri sessanta giorni, che passai con mia madre a Santa Margherita ligure. Ebbene, cosa poteva succedere a una persona che doveva stare a riposo? E che non si immaginava nulla della quantità di acqua caduta a Firenze? 

Quel giorno ero a Portofino, a vedere le feroci onde che sorpassavano la piazzola della chiesa di San Giorgio mentre, in mare, una nave ex carboniera da distruggere stava per essere sbattuta sulle rocce di Portofino. Una squadra della RAI voleva riprendere il momento della distruzione e dell’affondamento. Ma quelle persone non conoscevano i sentierini che portavano allo slargo dietro Portofino: erano difficili e li accompagnai velocemente al di fuori dei sentieri, per la costa verso San Fruttuoso.

Facemmo tutto e ritornai a Portofino. Fu in quel momento che due carabinieri mi accostarono sul piazzale, chiedendomi se fossi Tito Samorè! Risposi di sì, con calma: ero senza alcun documento. «Abbiamo bisogno immediato di lei per qualcosa di subacqueo a Firenze. Ci hanno detto che è un esperto subacqueo militare. Dobbiamo partire immediatamente».  «Non posso – risposi – devo prima dire a mia madre che vado a Firenze; inoltre ho tutti gli attrezzi subacquei a Milano, e quindi non posso venire immediatamente». «Non si preoccupi – mi rassicurò il brigadiere – sua madre è già al corrente, è stata lei a mandarci a Portofino. Per l’attrezzatura, che sarà dei vigili del fuoco, abbiamo già le misure per la muta, il sacco polmone del respiratore ad osssigeno (ARO) a due bombole, la maschera completa, le lampade, il cavo di sicurezza e le pinne; cose che le daranno insieme alle istruzioni per le valvole. Noi non sappiamo altro. Bene, andiamo che c’è l’elicottero in porto: è quello della Marina di Livorno che ha appena fatto benzina e vi porterà direttamente dai pompieri a Firenze: loro le diranno le cose da fare, la vestiranno e la porteranno… non sappiamo dove».

Salii sulla barca della Capitaneria e fui accolto dal copilota con il saluto militare. Mi diede un giubbotto caldo, il salvagente e un elmetto con microfono; e un bicchiere di limonata e un toast fresco. Partimmo subito, poi l’elicottero scese a La Spezia e fece un altro pieno; caricò alcuni documenti e due casse.

Arrivammo dai pompieri di Firenze, dove fui fatto scendere e condotto in una sala con poche persone: tra queste un medico, che mi chiese parecchie informazioni sulla salute e mi fece una visita veloce al cuore e ai polmoni. Tre persone mi domandarono se facevo speleologia, naturalmente anche se ero uno speleo-sub. Gli avevano detto che ero uno dei pochi ad avere una notevole capacità’ di uso degli ARO, i respiratori a ossigeno. Instettero chiedendomi se sapessi fare speleo-sub in un ambiente fangoso e buio, e se non mi facessi prendere dal panico se l’acqua fosse stata troppo torbida.

 Tirarono fuori un rotolo di carta che allargarono sul tavolo: era una pianta di corridoi, sale e poi, in particolare, una serie di leve e ruote e similari, che avrei dovuto trovare seguendo dei tubi sulla parete. Le leve dovevano essere abbassate e le ruote dovevano essere tutte girate con le due mani, fino in fondo, ossia in senso antiorario.

Chiesi se i passaggi nei corridoi fossero larghi come una persona e alti almeno due metri. Mi spiegarono di seguire il tubo, che sarebbe corso lungo la parete di sinistra, per un pezzo; poi sarebbe stato sulla destra, a circa un metro e mezzo di altezza dal suolo: dissero che era circa tre dita di diametro. Mi aiutarono a mettere la muta e, prima, una maglietta impermeabile, un paio di calzoncini e calze di gomma; mi misero anche due scarpe con la suola di piombo al posto delle pinne, dicendomi che sarebbe stato meglio camminare sulla terra dei corridoi, calcolando i passi prima delle curve e allenandosi così a camminare con i piombi ai piedi. Una volta vestito e attrezzato feci delle prove delle scarpe coi piombi, camminando avanti e indietro per qualche passo, calcolando così a quanti passi corrispondeva un metro e confrontando sulla mappa i tratti da percorrere.

Partimmo su una campagnola, la jeep della Fiat in dotazione ai pompieri. Era tutto buio ormai, era tardi e non riuscii a vedere in quale posto ci dirigevamo e dove ci siamo fermati. Ero già con il respiratore montato, avevo controllato che le lampade fossero tutte accese.

Entrammo da una porta non grande, già con l’acqua alla vita, e attraversammo alcune sale; per fortuna l’acqua era ferma. Raggiungemmo una porta metallica che i vigili aprirono e bloccarono in modo che restasse aperta. Una scaletta scendeva nell’acqua e vidi il tubo alla sinistra: lo presi, a circa un metro e mezzo dal pavimento. Mi dissero che c’erano circa quindici scalini, poi il resto sarebbe stato tutto in piano. L’acqua era tornata quasi limpida e vidi bene i primi cinque scalini, fortunatamente abbastanza profondi di larghezza e bassi di altezza: il piede si trovava comodo.

«Forza e coraggio», mi incitarono i vigili, che restarono di controllo per tutto il tempo della mia impresa, con un faro. Risposi solo «speriamo» e mi immersi, scendendo i gradini e contandoli uno per volta. Le lampade illuminavano bene i primi dieci, poi non si vedevano: era tutto nero. Pensai subito al fango e così fu! Gli ultimi scalini erano nel fango ma ancora lentamente percorribili, gli ultimi tre erano completamente immersi. Mi accorsi che il fango arrivava al ginocchio e dovevo respirare quasi con fatica, per fortuna era ossigeno; si faceva una faticaccia ogni passo. Ricordai di tenere il conto e proseguii seguendo il tubo con la mano sinistra. Passai la prima sala, per fortuna non c’era nessuna sedia o panca o simili ostacoli.

 Intanto, smuovendo tutto quel fango l’acqua diventava sempre più sporca, come avviene in grotta; pensai al ritorno e mi dissi: dalla curva verso sinistra ho fatto già quindici passi, prima di curvare come da mappa. Bene, so contarli giusti, adesso dovrebbero essere undici. Proseguii e mi accorsi che il fango non era più al ginocchio ma poco sopra il malleolo. Bene.

Avevo già dato sei pressioni sulla leva dell’ossigeno, che – per la miseria! – era a sinistra, obbligandomi a staccare la mano sinistra dal tubo, ogni volta (il mio ARO invece ha la leva a destra). Non avevo paura di restare senza ossigeno, l’ARO aveva una bambola di circa quattro litri a 140 bar, e io non ero che a meno di una decina di metri sotto l’acqua. Cercai di guardare il manometro ma era troppo basso e l’acqua troppo torbida.

Continuai la mia marcia fangosa e semicieca; adesso ero a nove passi dalla prima curva a sinistra. Questa dovrebbe essere a destra, pensai; dieci, undici, dodici passi… Non sentii sotto i piedi il terreno. Restai con un piede sospeso nel fango, cercando e tastando con calma. Dove cavolo sono capitato, su uno o più gradini non segnati sulla mappa!? Per la miseria, spero di non aver sbagliato la rotta! No, mi dissi, adesso devo girare a destra.

Il tubo si inclinava verso il basso mentre il mio piede appesantito dal fango e dal piombo cercava con fatica di non scivolare, facendomi cadere nel fango che era tornato a essere al ginocchio. Calcai di più, tenendomi con forza al tubo sempre alla mia sinistra; ma si incurvava verso il basso, e finalmente il piede si posò al solido. Respirai con piacere per due volte un po’ più a fondo. Cominciai a spostare il piede in avanti navigando nel fango, e poi lo calai. Questi erano scalini più alti degli altri! Proseguii: uno, due, tre, quattro… Fondo!

Ricominciai a navigare nel fango con acqua sempre più torbida, continuando a contare con calma; ahimè, non ricordavo se fossero quindici o venti passi… ma proseguii a contarli, basandomi sulla tenuta del tubo sulla sinistra. Stavo marciando in corridoio. Ad un tratto, chissà perché, alzai la mano in alto e… porca vacca! Il soffitto era solo a un palmo della mia testa, non a due metri e mezzo come mi avevano detto. Continuai a marciare con la mano destra che tastava, e ad un certo punto urtai una delle lampade a soffitto che mi cadde addosso. Mi augurai che la corrente elettrica fosse stata staccata: non mi piaceva fare contatto con la mano destra nella lampada e la sinistra sul tubo di ferro. Proseguii lo stesso, cinque passi avanti sempre con la mano destra alzata.

Tredici passi, si avanzava: il soffitto si era molto rialzato e forse ero vicino alla sala che mi attendeva, quella con tutte le ruote e le varie leve. Ebbi un strano dubbio sul soffitto: mi venne paura del crollo di una parte del corridoio. Cercai di non pensarci troppo e andai avanti fino ai diciotto passi. Il tubo e il muro girarono, per andare nuovamente a sinistra. Continuai e il corridoio si allargò. Il tubo scomparve e trovai la prima ruota. Girai alla sinistra, ossia in senso antiorario. Erano un po’ dure e forzai fino al blocco; prima una, poi due, poi tre ruote. Dopo cominciai a maneggiare le leve, sempre a due mani, abbassandole come mi ricordavo.

Controllai di non aver tralasciato qualche leva o qualche ruota, il tutto sempre a tentoni e alla cieca. Con calma le ripassai tutte, tornando indietro fino a trovare nuovamente il beneamato tubo, e iniziai a contare mentre seguivo la vecchia rotta.

Cominciai ad essere lievemente stanco e ad avere voglia di camminare o navigare, tenendo da conto il numero dei passi… che sbagliai, inciampando in gradini che non ricordavo. Caddi in avanti, e oltre ad essere immerso semi affogato nel fango, persi una lampada. Uscii a stento da quella massa collosa, aiutandomi con tutte e due le braccia e perdendo il mio amato tubo. Alzandomi, persi la rotta e la ritrovai fortunosamente, tastando i gradini in salita e cercando sulle pareti, ritrovando infine il tubo.

Naturalmente la mia maschera era completamente infangata, ma intanto non ci si vedeva ugualmente. Bisognava ricordarsi bene sia dei passi fatti che di quelli da fare. Avevo dietro la ruotina che faceva da corda di sicurezza; peccato che all’andata andava bene, ma nel ritorno, cadendo, si staccò il raccoglitore della corda di tre millimetri, e finì seppellito dal fango. Cercai a tentoni il tratto di andata del cavo, ma era introvabile.

Continuai a cercare, poi a girare all’inverso, prima a destra e poi a sinistra, e dopo feci molta attenzione a non pestare con la testa nel tratto basso. Proseguii sempre attaccato al caro tubo e, infine, vidi nel torbido la luce del faro dell’uscita.

Uscii talmente infangato che cercarono di lavarmi con l’acqua di Firenze, altrettanto fangosa. Poi mi portarono in caserma dove mi lavarono dovunque dal super fango che avevo cercato di abbracciare nella caduta. Mi chiesero come fosse andata e che cosa avessi fatto. Gli parlai del soffitto – che era meno di due metri – e si stupirono enormemente. Accennai al fatto che sarebbe potuto crollare: si meravigliarono parecchio. Si congratularono tutti e quando gli chiesi cosa avevo fatto, non risposero.

Ritornai a Santa Margherita con l’elicottero della Marina, dopo aver telefonato alla mamma che non sapeva cosa avevo fatto.

Non sono mai riuscito a capire perchè i pompieri avessero fatto tutta quella fatica per cercare qualcuno degli speleologi che mi conoscevano a Firenze.

Tito Samorè, Milano, 10 ottobre 2020 Nota – Nella foto qui proposta, tratta dal reportage fotografico: “Vie nel Buio” https://www.sullestradedellavventura.it/inc/getArticle.php?id=104 compare Tito Samorè in una delle sue immersioni. Anche in questa, reca con sè un autorespiratore a ossigeno (ARO) simile a quello della missione a Firenze, di cui l’articolo narra.

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