Eco e ambiente, fantasy

L’ultimo.

Nel 2100 era rimasto solo un albero sulla terra; si trovava in una località dell’America meridionale, in quella che, ancora alla fine del secolo ventesimo, era stata una radura fiorente di vita, all’interno di una millenaria foresta. Nel 2100 si andava in pellegrinaggio all’ultimo albero. Inutile dire che l’industria turistica faceva grandi affari in quella direzione. Capitavano episodi strani, commoventi, di gente che non voleva più andarsene dall’ombra dell’albero, diceva che avrebbe voluto morire lì; comprensibile disperazione, questa, tuttavia sanzionata, come d’obbligo, dal ricovero coatto in manicomio. Sì, i manicomi avevano ripreso a funzionare. Anzi, una delle terapie ausiliarie per venire incontro al profondo, diffuso, dilagante disagio di vivere, consisteva nell’aver ricreato all’interno dei padiglioni un ambiente finto-naturale: lungo pareti bianchissime scorrevano immagini di luoghi incontaminati, ricordo di un antico benessere di vivere: scorrevano foreste con il sottofondo musicale di stormire di fronde e canti di uccelli; oppure scorrevano ruscelli e si udiva lo sciacquio dell’acqua di un torrente o il rombo di una cascata. La terapia funzionava e non era raro che ci fossero persone che simulavano un male di vivere profondo o compivano un gesto insano solo per essere portate lì, a d ialogare con immagini che la loro mente ricercava invano nella realtà. Negli ultimi decenni prima del 2100, molti erano morti opponendo il loro corpo alle lame ingorde che spianavano le ultime foreste. Un movimento composito di uomini, donne, fanciulli si spostava qua e là nei vari punti della Terra per opporsi alle ruspe e alle falciatrici: essi costituivano l’anima viva di una popolazione ormai ridotta alla rassegnazione o allo stremo delle forze, talora incantata e apparentemente appagata – certo! – da immagini virtuali di antiche bellezze naturali, ma nel profondo vittima di un disagio inespresso prima di tutto a se stessa, e preda di un vuoto. Le coraggiose avanguardie avevano colto qualche successo, il consenso nei loro confronti andava aumentando, ma poiché il loro muoversi e opporsi alle lame costituiva un insulto insopportabile a un Potere Economico ormai delegittimato, eppur forte di mezzi persuasivi; poiché l’agire di questa gente inerme, forte solo della sua disperazione, poneva in risalto – dopo i primi sacrifici della vita – i misfatti economici che avevano portato fino a quel punto, la repressione fu feroce. In qualche punto della stratosfera il Potere aveva ricreato una ecosfera alla quale potevano accedere persone dotate di ingenti mezzi; in grado cioè di pagarsi la salvezza. La Terra era preda del calore e degli uragani e già da tempo il Potere l’aveva data per spacciata, ritagliandosi tuttavia la via di fuga.
Nel 2100 non mancarono i tentativi di ricreare la vita vegetale sulla Terra, ma un’insidiosa anemia colpiva le piantine, che non vivevano più di qualche giorno; il deserto avanzava e l’albero, l’ultimo albero era meta di ogni sogno di salvezza e oggetto di ogni rimpianto tardivo. Nel 2100 moriva la vita sulla terra: alla morte vegetale seguì quella dei nostri amici animali. Le riserve di ossigeno andavano scemando, il deserto avanzava, il sole bruciava inesorabile pensieri e corpi; il ricordo del tempo felice sprecato colpiva le menti e le annebbiava; il rimorso era atroce, la vita insopportabile, come insopportabile la vista dell’ultimo albero, alla cui ombra morire. Ma attorno all’albero che, sentinella benefica, continuava ad alzare le sue braccia al cielo, cominciarono a crearsi piccoli bivacchi. Poi ci fu chi piantò una tenda, poi due. Presto una tendopoli vera si estendeva per parecchie decine di metri intorno. Si guardava all’albero ogni giorno, per spiarne i segni di vitalità. E poiché con il sorgere del sole, ogni giorno, esso era ancora lì, piano una speranza lieta si fece strada nei loro cuori: erano lontani i tempi in cui il desiderio più vivo di quegli uomini e donne era la vita di città con le sue suggestioni, il possesso dell’ultimo giocattolo tecnologico o semplicemente il far parte della vita in movimento e della corsa al benessere. Ora bastava l’albero: occorreva che continuasse ad esistere per poter sperare che la vita sarebbe proseguita. Non che non rimpiangessero la vita passata e le sue suggestioni, non che non rimpiangessero l’abbondanza di cose e opportunità che essa aveva offerto, anzi! Proprio perché erano divenuti coscienti di avere dilapidato un patrimonio prezioso la nostalgia era più cocente. Ormai l’accampamento sotto l’albero era composto da centinaia di persone che, ogni giorno, si muovevano alla ricerca di acqua e cibo: di nuove sorgenti per dissetarsi e di residui frutti della terra per sfamarsi; ma non solo per questo sostavano: l’intento era usare successivamente semi e acqua, per tentare di far rinascere la vita intorno. Le spedizioni duravano giorni e il bottino era sempre magro, ma con i semi di poche bacche superstiti (e sempre più lontane) ogni volta si tentava il rito miracoloso della semina. Meta del viaggio erano le montagne, che si scorgevano in lontananza: lì si cercavano grotte e nuove risorgive. Durante uno di questi viaggi, in una grotta dove si erano calati, uomini e ragazzi incontrarono un fiume sotterraneo. Quale non fu la loro gioia! Ma come ripercorrere il corso del fiume e scoprire dove riaffiorava? Ci sarebbero volute ben altre forze, ben altre possibilità e strumenti per poterlo scoprire. Eppure era lì la salvezza, la speranza: era una sfida che quegli uomini non potevano lasciare cadere! Da qualche parte c’era ancora l’acqua, c’era la vita e bisognava incontrarla. Sarebbe stato il nuovo Eden, il luogo da cui ricominciare; forse era quello di cui si favoleggiava, ma a cui nessuno osava credere. Era circolata voce, gli ultimi due anni, che una parte di Amazzonia fosse rimasta intatta perché i suoi abitanti l’avevano difesa strenuamente, pagando anche con molte vite, e perché in loro soccorso erano andati da ogni parte, così che la compagnia petrolifera che aveva progettato l’oleodotto in quel luogo si era arresa. Anche il precipitare degli eventi climatici aveva consigliato a chi poteva permetterselo di abbandonare la Terra per la ecosfera. Nessuno aveva finora osato dare credito a queste voci, ma ora era finalmente venuto il momento di farlo. Si trattava di lottare per la vita!
Dopo aver raccolto vegetali e licheni e cacciato piccoli animali nella grotta, gli uomini ritornarono all’accampamento : era necessario progettare il da farsi e occorreva il contributo di tutti. A seguito di una lunga discussione si decise che volontari tornassero verso il monte, dove si sarebbero divisi in due squadre: una avrebbe proseguito all’aperto intorno all’altura, l’altra sarebbe discesa nella grotta e avrebbe tentato l’impresa – se pur disperante – di seguire il corso del fiume sottoterra. Nelle grotte la temperatura è costante in ogni punto, ma quella dei fiumi che le attraversano è bassa, e chi le esplorava, un tempo, si immergeva vestito di pesante muta. Anche così erano pochi quelli ad avventurarvisi: tra loro l’italiano Tito Samorè. Tra gli oggetti che la popolazione dell’Albero aveva portato con sè, che ora costituivano patrimonio comune, c’erano teli di cerata coi quali si confezionarono rudimentali guaine per la decina di uomini che avevano scelto di tentare l’impresa. Si poteva sperare che la traversata sotto terra non sarebbe stata lunga e che il fiume, ritrovato, si potesse guadare senza doversi invece immergere. Non c’era tempo da perdere! Trascorsi pochi giornati dalla decisione di agire, tutto era pronto. Era l’alba quando le due squadre partirono, salutate da una folla commossa e trepidante. Vincent, capo della squadra di speleologi e Mario, che guidava l’altro gruppo, avevano con sè un equipaggiamento minimo, composto con oggetti di uso comune – ormai – nella città dell’Albero: corde, per la discesa nella grotta o per risalire pendii, contenitori d’acqua, attrezzi: alcuni uomini e donne che erano arrivati fino all’Albero avevano infatti pensato di portare le modeste cose che scandivano la loro vita prima della tempesta: ciò si rivelava ora preveggente! La marcia verso la montagna durò ore: giunti che furono, gli uomini, all’imbocco della grotta, si divisero, abbracciandosi. L’impegno era di ritrovarsi sulla riva di un fiume, che non poteva mancare di esistere. Mario, Ivan, Klaus, Noam e gli altri si incamminarono lungo le pendici della montagna. Gli uomini di Vincent si apprestarono ad affrontare la grotta. Egli si calò per primo, dopo avere assicurato un capo della corda ad uno spuntone di roccia, e discese per un centinaio di metri; giunto sul fondo, diede uno strattone per avvertire i compagni sopra, in attesa: uno per uno scesero tutti. Si misero in cammino, quasi senza parlare: possedevano due sole lampade ad acetilene, sopravvissute ad antiche esplorazioni di Marco, e ciò rendeva ancora più impervio il loro incedere; tuttavia ben presto udirono il rumore dell’acqua. Ciò diede loro energia. Proseguendo, spesso costretti a strisciare faticosamente in stretti cunicoli, a volte ricolmati di gioia dalla vista di meravigliose sculture naturali alle pareti e ai soffitti, Vincent e i suoi giunsero infine al fiume: cominciava la parte più rischiosa. Prima di proseguire tuttavia occorreva dividersi ancora: era infatti necessario che qualcuno tornasse a rifornire d’acqua la città dell’Albero. Marco, Serge, Kurt, Laurent, Bushana fecero allora, a ritroso, il cammino con i recipienti colmi d’acqua. Vincent, Mustafa, George, Hokkudi e Moreno rimasero. George e Moreno andarono in avanscoperta lungo il fiume. Indossarono le rudimentali tute intrecciate di teli di plastica, poi avanzarono: l’acqua, per ora, si limitava a lambire loro i fianchi; provavano freddo ma proseguirono per qualche centinaio di metri. All’improvviso udirono il fragore di una cascata! Incombeva dall’alto, scendeva vibrante, con rumore forte e allegro. La sua acqua era limpida, vivace, esuberante, eterna, benefica, abbondante, sovrana. Mai rumore fu più gradito ad orecchio umano. Occorreva risalire le pareti luccicanti, giungere di là, per poter proseguire. Moreno piantò alcuni chiodi in diversi punti della superficie scivolosa, poi salì facendo sicura al compagno, che sosteneva aiutandolo a salire a sua volta. Dal basso, gli altri li osservavano trepidanti. All’esterno, ormai dall’altra parte della montagna, la squadra di Mario proseguiva faticosamente, sotto il sole cocente di sempre. La giornata era stata un alternarsi di speranza e scoraggiamento, un guardare alle nubi, allo strano cielo che mutava in continuazione, alternandosi come le loro speranze. Durante la marcia non avevano parlato per risparmiare le forze. Ora la sera si avvicinava. Sostarono per rifocillarsi e riposare; rievocarono la giornata trascorsa ed alimentarono a vicenda la speranza. Parve loro ad un tratto che il cielo, in fondo all’orizzonte, fosse più scuro: non l’arrivo della notte ma qualcosa di diverso, più rassicurante. Nubi di pioggia? Erano stanchi al punto che non rilevarono con attenzione questo presagio. Una parca cena di erbe e radici, poi si apprestarono a dormire. Vegliava su di loro una luna rossa enorme, che illuminava un pianeta di nuova fattura, un puntino nel cielo: era un luogo di salvezza per alcuni; un esilio, in fondo. Il silenzio era impressionante, ma le cose della Natura che ancora vivevano facevano compagnia: cose prossime, conosciute, amate ora con intensità maggiore che sempre. Erano le erbe, i piccoli arbusti abbarbicati alla roccia, pietre di varia natura e colore; alcune con forme inconsuete simulavano visi, giocattoli, stelle. Un rombo di tuono, lontano, non interruppe tuttavia il sonno degli uomini prostrati. Intanto, laggiù nella grotta, la salita alla cascata era iniziata, non priva di insidie: George scivolò all’indietro all’improvviso, ma Moreno fu lesto a trattenere la fune evitando al compagno una rovinosa caduta. Proseguirono per qualche metro, sferzati dallo spruzzo dell’acqua che, accanto, precipitava; poi giunsero al di là, sopra, oltre. Aria fresca e buona li investì: erano fuori! In preda ad emozione indicibile si girarono ad incitare i compagni che, a loro volta, stavano salendo lungo la cascata. La notte incombeva all’esterno, ricopriva come telo denso uomini soli e stanchi, cose viventi e non. Il tuono si ripeté. Era lontano, ancora Alla città dell’Albero la notte era quieta più del consueto: anche lì udirono il rombo del tuono; arrivò anche una folata di vento improvvisa, che scompigliò erbe recenti. George e Moreno erano attoniti accanto alla cascata che avevano appena risalito. Era alimentata, ora potevano vederlo, da un striscia di fiume in superficie, illuminato dalla luna. Era il sotano ciò da cui erano appena emersi, lo sprofondamento carsico del terreno amazzonico. Lì dove si trovavano era il cuore di una selva. Nel buio colpì le loro narici un acuto profumo di foglie, così che i loro sensi, estasiati, ne poterono inalare tutta l’intensità. Si lasciarono cadere pieni di gioia nell’erba profumata. Cadeva una pioggia sottile. Il giorno salì e svegliò Mario, Ivan, Klaus e gli altri tutti. Dopo aver acceso un fuoco e scaldato l’acqua per il mathe, si rimisero in cammino: fu Gilbert ad accorgersi che l’aria aveva un profumo noto e lontano ad un tempo, e fu Klaus ad avvistare per primo la massa densa della foresta, all’orizzonte. All’unisono fu la loro corsa verso la meta! Sopravviveva dunque, nell’arsura del Pianeta, un polmone verde. Meraviglioso, entusiasmante grido di resistenza. Non era stato vano credere ai sogni! Da lì, da quegli alberi, da quella pioggia, da quei profumi si poteva ricominciare. Sì, si poteva! Intanto laggiù, ad un giorno e più di cammino, un indifeso ma indomito arbusto cresceva accanto all’Albero che aveva indicato la strada. Sorse un insediamento di uomini e donne accanto alla foresta ritrovata: un altro si sviluppò ed estese nei pressi dell’Albero. Nella foresta, sopravvissuta in minima parte ma pronta a rifiorire, si nascondevano segreti di vita e di medicina, ma non solo. Dopo alcuni giorni, gli uomini di Mario e Vincent (ai quali altri uomini, donne e ragazzi provenienti dall’Albero si erano uniti) inoltrandosi all’interno della Selva scoprirono un insediamento indigeno. Fu certamente l’aspetto dimesso e provato dei Nostri che trattenne gli abitanti della foresta dall’allontanarli con violenza. Ne avrebbero avuto tutti i motivi, visto quello che avevano passato negli ultimi decenni. Furto delle risorse, delle loro vite, genocidio. Tuttavia, l’atteggiamento dei nostri era tale da suscitare fiducia. Che si sappia, quell’incontro fu fruttuoso anche per gli anni a venire. Le utopie di molti – ha scritto di recente un intellettuale – si realizzarono a partire da allora, dal 2100, quando l’uomo strinse un proficuo patto d’amore e di alleanza con la natura ritrovata. Germana Pisa
2001 – 2002.

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